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God bless America

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Anche il mese di maggio finisce positivamente per i mercati azionari. È il quarto mese consecutivo positivo per lo S&P 500, per il Dow Jones e lo sarà anche per lo Xetra Dax. Ancor meglio l’Indice Russel 2000 delle small cap che ha registrato l’ottavo mese consecutivo di guadagni: la corsa più lunga dal 1995. Molto bene anche il nostro Ftse Mib che nel 2021 guadagna il 13,21%, una delle migliori prestazioni, malgrado anche il recente flusso cedolare distribuito agli azionisti. 

Le prospettive di un grande rimbalzo sostenuto della più grande economia del mondo hanno superato le preoccupazioni di inflazione.

Intanto in USA l’indice PCE core dei prezzi al consumo personale, (sono escluse le componenti volatili dei prodotti alimentari e dell’energia) è balzato su base annua del 3,1%, superando il target del 2% della Federal Reserve. Lo stesso indice – inclusi i prezzi volatili di cibo ed energia – è aumentato del 3,6% anno su anno e dello 0,6% da marzo.

Nonostante il ritmo costante dell’aumento dell’inflazione, la maggior parte dei funzionari della Fed ritiene che non si debba cambiare la politica monetaria: la banca centrale acquista infatti almeno 120 miliardi di dollari di obbligazioni ogni mese e ha mantenuto i tassi di prestito di riferimento a breve termine ancorati vicino allo zero. I banchieri centrali vedono le pressioni sui prezzi in corso come temporanee, a causa dei colli di bottiglia della catena di approvvigionamento e dei confronti con l’anno scorso, quando l’economia era in gran parte chiusa.

Se è vero che l’indice principale del mondo è cresciuto per il quarto mese consecutivo, va anche constatato che nel mese di maggio la sua performance è stata solo del +0,55%; inoltre segnalo che il record storico assoluto (4238) non viene ritoccato dal 7 maggio, fatto normale, sebbene negli ultimi mesi fossimo abituati a constatare nuovi record quasi tutte le settimane. Questo minor ardore sui mercati, quindi, conferma quello che è il mio timore, ovvero che le pressioni inflazionistichepotrebbero peggiorare prima di migliorare e che quindi vada adoperata la cautela del caso, anche se i contenuti rendimenti dei bond USA (sintesi efficace del sentiment di mercato) denotano molta tranquillità tra gli operatori.     

Intanto il Presidente Biden, approfittando del ridotto costo del debito, proverà a reimmaginare e rimodellare l’economia americana.

Difronte al Congresso Biden ha sostenuto che “il modo migliore per far crescere la nostra economia non è dall’alto verso il basso, ma dal basso verso l’alto e dal centro verso l’esterno”.

Il budget da 6mila miliardi di dollari appena presentato da Joe Biden mette in chiaro le priorità dell’amministrazione democratica: infrastrutture (strade e ponti ma anche internet a banda larga); programmi sociali (dal congedo familiare retribuito, fino alla scuola materna universale); istruzione e sanità (con un aumento superiore al 20% delle risorse); ricerca ed energie rinnovabili per contrastare il cambiamento climatico.

Nel complesso si tenterà di varare una finanziaria (l’anno fiscale in USA inizierà ad ottobre) che prevede 6000 miliardi di spesa ed un deficit di 1840 miliardi, una spesa superiore del 36,6% rispetto al 2019, periodo in cui Trump veniva spesso criticato per lo scarso rispetto del deficit pubblico (nel 2019 il deficit di bilancio fu di 984 miliardi).  

Siamo nel pieno di una fase ultra-sperimentale del neo-sistema debitorio: inutile trarre precipitose conclusioni, nessuno può sapere come finirà. 

God Bless America.

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