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L’inflazione a mo’ di SUPERCIUK

L’inflazione a mo’ di SUPERCIUK

La speculazione, operando in anticipo, crea spesso sfasature temporali tra quello che avviene nella realtà economica e nei mercati finanziari. Proprio per questo motivo non vi può essere una correlazione stabile tra andamento dei fatti economici e le quotazioni degli asset finanziari. La progressiva delega delle scelte operative sui mercati ad algoritmi conduce ad un ulteriore scollamento (almeno apparente) tra quanto viene percepito dagli osservatori dei dati macroeconomici e i prezzi dei valori mobiliari. 

I numeri pubblicati il 13 luglio dal dipartimento del lavoro americano dicono che l’inflazione è balzata al 5,4%, il livello più alto dal 2008. L’inflazione corre, ovvero, depurata dal costo delle componenti più volatili come energetici, alimentari e tabacchi, si è attestata al 4,5%, il livello più alto dal 1992. Un aumento dei prezzi imprevisto, anziché stimolare un rialzo dei rendimenti delle obbligazioni, si è tradotto in un ulteriore calo. Se si compara l’andamento tra l’inflazione con i rendimenti dei titoli di Stato a dieci anni si scopre che c’è una clamorosa asimmetria: l’attuale rendimento del bond decennale USA (+1,3%) è sceso ai valori di metà febbraio scorso quando l’inflazione annua, che era stata rilevata per il periodo gennaio 2020 – gennaio 2021, era stata dell’1,4%. 

È possibile supporre che il mercato possa essere stato condizionato dalle continue esternazioni da parte di Powell, che sostiene che l’inflazione sia transitoria, ma, di fronte ad un fatto così sorprendente, è facilmente ipotizzabile pensare che la FED si stia “giapponesizzando”, ovvero che stia manipolando la curva dei tassi di scadenza lunga per favorire le prossime emissioni di debito che verrebbero fatte a condizioni molto favorevoli a dispetto dell’inflazione importante.   

Vi è però una considerazione molto importante e che non deve sfuggire a nessuno: il controllo della curva dei rendimenti fu annunciato nel settembre 2016 dalla Banca centrale del Giappone, quando l’inflazione media dell’anno fu del -0,16%. Oggi l’inflazione attesa USA da qui ad un anno è del 4,8%, mentre l’inflazione oggettivamente rilevata è di ben oltre il 5%. 

Si stravolgono quindi i paradigmi tradizionali che vedevano nell’investimento dei risparmiatori sui titoli governativi una remunerazione capace almeno di mantenere il potere d’acquisto del proprio risparmio nel tempo. Invece oggi a causa dei micragnosi rendimenti nominali, i rendimenti reali sono diventati ampiamente negativi.

In questa situazione ultra-sperimentale di economia debitoria vengono quindi arbitrariamente modificati gli equilibri naturali dei mercati attraverso degli interventi che in maniera progressiva incidono sui valori delle obbligazioni, dove anche il debito “spazzatura” è arrivato a rendere meno dell’inflazione. 

Ci troviamo quindi in un mondo che gira solo a favore degli indebitati, e che indirizza gli investitori nell’unica alternativa disponibile: i mercati azionari.   

Chi riesce ad indebitarsi ai tassi attuali cavalca la migliore opportunità che viene offerta dall’attuale periodo: Stati sovrani, imprese ricche, o chiunque abbia le garanzie per poterlo fare, sfrutterà senz’altro la favorevole situazione, mentre gli investitori in azioni potranno continuare a sfruttare il momento correndo però i rischi del caso anche se appaiono dimenticati. 

Alla gente comune invece verrà imposta la tassa dei poveri, ovvero l’inflazione, che sta agendo a mo’ di Superciuk, il personaggio di Max Bunker che, odiando i poveri in quanto brutti e sporchi, li deruba per donare poi il maltolto ai ricchi.

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